Resilienza idraulica e climatica
La sponda rinaturalizzata rallenta la corrente, assorbe l'energia delle piene e offre aree di laminazione controllate, proteggendo i territori a valle dagli effetti del cambiamento climatico.
I fiumi che lambivano le antiche mura
Suggestioni per un futuro verde e blu
«Fluminaque antiquos subterlabentia muros»Virgilio, Georgiche — Elogio dell'Italia, II, 157
Il commediografo romano Tito Maccio Plauto, nella sua opera Persa (Il Persiano), per la prima volta usa la locuzione nomen atque omen, che vuol dire «il nome è un presagio», «nel nome c'è il destino». Teramo, il cui antico nome è Interamnia — città tra fiumi — nei fiumi avrebbe la sua storia e la vita. Così è stato.
Compagni di viaggio, Tordino e Vezzola hanno lambito le sue antiche mura proteggendole, hanno fornito acqua per vivere, materiali per costruire, energia per frangere e molare, sono stati vie di arrivo e di partenza, sono stati timore e speranza: hanno avuto ruoli mutevoli e diversi, con paesaggi vieppiù antropizzati per la crescente confidenza con gli uomini.
Sono stati il segno distintivo della città, che è molto mutata col cambiare del tempo ma che sempre, pur in forme diverse, ha tenuto il patto con i suoi fiumi. Poi è accaduto qualcosa per cui è venuta a mancare l'acqua al Vezzola e quindi al Tordino: il nome s'è così infranto e Interamnia ha perso contemporaneamente nomen e omen.
«Tutto muta, nulla perisce, insiste Ovidio: la realtà non è costituita da forme fisse ma da un flusso perenne — carmen perpetuum — che modifica il mondo. Così è per i nostri fiumi e per la loro storia: una metamorfosi continua, destinata a proseguire in futuro.»Dall'Introduzione
Il geniale Sistema idroelettrico del Vomano, concepito alla fine degli anni Trenta, e le acque del Vezzola deviate a servizio dell'energia del Paese.
Dall'idroelettrico storico alle nuove funzioni di accumulo al servizio delle rinnovabili, alle soglie di una transizione che cambia la percezione dell'acqua.
Quando i greti dei fiumi erano strade d'alveo: un uso incredibile ai nostri giorni, ma per secoli via ordinaria di uomini e merci.
L'intesa timorosa e rassicurante fra il torrente e i Teramani: il dono di sabbie e pietre lasciate sull'alveo dopo ogni piena.
I capitoli integrali, con le note e la bibliografia ragionata, sono nel saggio in PDF.
«È ora di riscoprire il Vezzola iniziando dal suo aspetto fantastico.» Il Nume tutelare del torrente, che ha accompagnato i Teramani per i millenni della loro storia di comunità, non è morto: è semplicemente fuggito. E allora converrà cercarlo, seguendo le sue antiche tracce, che ci condurranno al luogo del suo rifugio.
Le foto, alcune delle quali scattate con un drone da Maurizio Anselmi a corredo di questo scritto, sembrano evocare i passi del Nume con le impronte dei suoi enormi piedi impresse nelle pozze. I laghetti, le cascatelle, le briglie naturali, la vegetazione d'alveo hanno creato un paesaggio da locus amoenus e anche da locus terribilis. Seguendo questa pista, fotogramma per fotogramma, arriveremo a un mirabile monumento: il Ponte Stucco.












«L'impegno da assumere sarà quello di arrivare alla riconquista dell'acqua del Vezzola — con tutte le cautele riguardanti le piene — e a rendere fruibile questo nuovo settore nord del Parco fluviale teramano alla osservazione dei cittadini. Sarà allora possibile guardare direttamente anche la vita acquatica: quella dei pesci, che sicuramente torneranno, ma anche quella dei ranocchi, dei girini, delle libellule, delle erbe di palude.»
«Sarà necessaria una preventiva campagna di educazione che riavvicini i Teramani ai loro fiumi nel rispetto dei protocolli di sicurezza.»
I resti di questo antico e dimenticato ponte sono molto più di semplici pietre giustapposte: una volta restaurati e resi ben visibili, questi ruderi potranno diventare un monumento didattico. Le tecniche costruttive, che raccontano le competenze e l'economia delle popolazioni che lo hanno edificato, rappresentano la memoria tangibile di un dialogo ininterrotto tra l'uomo e il suo territorio.
Sono la testimonianza della capacità delle popolazioni passate di superare ostacoli naturali, ma anche l'affermazione della forza della natura che ha obliterato con i rovi un'opera umana — in una estetica del sublime — dove storia e ambiente si fondono.
Il Ponte Stucco difficilmente potrà essere recuperato come ponte stradale o come semplice passerella ciclopedonale. Perciò la funzione di «monumento didattico» sembra la più adatta, anche perché non ci si trova di fronte a un reperto archeologico qualsiasi: si tratta di un ponte, la massima espressione dell'ingegneria di ogni tempo.
«Per secoli, fino al pieno Settecento, i ponti sono stati progettati "senza calcoli", basandosi su regole geometriche proporzionali derivate esclusivamente dall'esperienza. Una volta posata la chiave di volta, l'arco diventava autoportante.»




Fig. 20Ponte Stucco liberato dai rovi: tessitura della volta, tacche e archivolto.
Le «tacche» di alloggiamento delle centine — a doppio livello e con ascisse sfalsate — sono le speciali bucature che si facevano nelle pile, come «tacche da incasso», per reggere le strutture lignee che sostenevano la centina fino a quando l'arco non era completato: l'unico organismo che definisce la geometria dell'opera.
Per la loro diversa fattura e posizione, le tacche e i beccatelli sono di grande aiuto per la datazione del manufatto e per specificare la scuola di appartenenza del costruttore. Nel Medioevo rimanevano di solito a vista nelle murature, come nel Ponte Stucco.
«Qui sono gelide fonti, qui morbidi prati, o Licori, qui il bosco…»Virgilio, Bucoliche — Egloga X, 42-43
Il Parco fluviale di Teramo non è solo una semplice fascia verde naturale: costituisce un polo di Verde pubblico, un polmone verde che integra funzioni ecologiche, sociali e urbanistiche; un ponte che unisce i quartieri e conferma la forma urbis della città storica, così come avevano già fatto nell'Ottocento i giardini della Villa Comunale e quelli dei Tigli, sostituitisi alle mura urbiche abbattute, sul lontano e vago modello dei boulevard parigini e viennesi.


Fig. 15Un Piano del Verde e del Blu (PVB) per un Parco fluviale inserito nel tessuto cittadino quale corridoio ecologico, dove i fiumi diventino l'asse portante — il «Blu» — di strumenti di biodiversità, di drenaggio delle acque meteoriche, di riduzione dell'impatto delle onde di calore, sia nei quartieri storici che in quelli più recenti.
Il ritorno dell'acqua tolta al Vezzola, con una nuova convenzione con l'ENEL per il Deflusso Ecologico e lo scolmatore.
Il restauro filologico del ponte, documento storico da rispettare per la sua autenticità, senza cancellare le tracce del tempo e senza creare falsi storici.
La cura naturalistica dell'ultimo tratto del Parco, dall'altezza di Piazza Garibaldi fino al Palazzetto dello Sport di Scapriano, curando in modo particolare le sponde, le golene e la biodiversità.
Il completamento urbanistico dell'infrastrutturazione delle altre parti del Parco fluviale, in particolare quella del tratto urbano.






La riconnessione urbana. Il parco agisce come un connettore verde capace di collegare il Centro Storico con le nuove periferie che si affacciano sui greti dei fiumi, superando in alcuni casi la frammentazione attuale sul modello della «città dei 15 minuti» di Carlos Moreno, il cui obiettivo è riorganizzare gli spazi urbani in modo policentrico, riducendo l'uso dell'auto.
La tutela della forma urbis. Proprio come le mura urbiche prima e il boulevard ottocentesco poi, il Parco fluviale definisce un confine naturale e invalicabile che impedisce un'ulteriore dispersione del costruito e restituisce alla città storica la sua antica fisionomia di «isola».


Una tavola straordinaria e visionaria per l'idea del «Verde pubblico» che sostituisce le mura urbiche abbattute: un boulevard, cioè una strada di circonvallazione che è nello stesso tempo quinta vegetale e passeggiata naturalistica. Il Parco fluviale ne raccoglie oggi l'intuizione, richiudendo l'anello verde attorno alla città.
Quella che qui viene chiamata via militare borbonica è un itinerario da camminata che segue da vicino — in alcuni tratti con perfetta coincidenza — l'antico tracciato della viabilità militare che collegava Teramo alla Fortezza di Civitella, salendo per le dorsali collinari ed evitando il fondovalle, più soggetto a impaludamenti o imboscate. Dal Palazzetto dello Sport, una nuova avventura di trekking: raggiungere a piedi Campli o Civitella del Tronto.

Il disegno illustra un intervento di riqualificazione spondale, da realizzare in ipotesi sul Tordino, che traduce in pratica i principi dell'Ecocène, l'immaginaria era evolutiva incentrata sulla simbiosi tra attività umane ed equilibri biologici.
L'Ecocène non è un'epoca geologica, ma un concetto filosofico, etico e sociale nato come alternativa e risposta all'Antropocène: una visione del futuro in cui l'umanità, superato lo sfruttamento smisurato delle risorse, mette al centro delle sue attività la cura della vita, l'ecologia e l'armonia con la biosfera.
La visione abbandona la cementificazione forzata e l'incanalamento rigido del corso d'acqua. Al loro posto subentra l'ingegneria naturalistica, che impiega elementi vegetali vivi, palizzate in legno e biostuoie per stabilizzare i margini, proteggendo la vegetazione riparia anche dal calpestio delle persone e assecondando la dinamica naturale del fiume anziché contrastarla.
La sponda rinaturalizzata rallenta la corrente, assorbe l'energia delle piene e offre aree di laminazione controllate, proteggendo i territori a valle dagli effetti del cambiamento climatico.
La ricostituzione della fascia riparia ricrea un corridoio biologico continuo, essenziale per la sopravvivenza della fauna, la tutela della biodiversità e la depurazione naturale delle acque.
Il progetto non esclude l'essere umano, ma ne reinventa la presenza: la sponda diventa uno spazio pubblico fruibile, che restituisce alla cittadinanza il legame affettivo, visivo e sociale con l'ecosistema fluviale.
«La transizione verso l'Ecocène — nonostante le guerre in atto, l'inquinamento pervasivo, il ritorno ai combustibili fossili — è comunque possibile, attraverso soluzioni di rigenerazione sistemica sostenute da una Cittadinanza consapevole.»

«La prima raccomandazione è quella di saper vedere noi stessi come parte integrante della natura, anziché come osservatori esterni; la seconda è quella di saper coltivare l'idea che la protezione dell'ambiente non è un dovere gravoso, ma un gesto d'amore verso la casa che ci ospita.»
«Il restauro dei ponti non va visto come un atto di nostalgia, ma come una strategia per la costruzione di un futuro tanto più solido quanto più sorretto da una cultura ecologica e ambientale, ispiratrice di lucide, feconde, sostenibili suggestioni per un Futuro Verde e Blu.»
Tra il 1978 e il 1980 l'ingegner Gianpiero Castellucci progetta la copertura del Palazzetto dello Sport di Teramo: una cupola a paraboloide ellittico in latero-cemento — ellisse d'imposta di 63 × 45 metri, freccia di 7,27, 2.500 metri quadrati coperti — la più grande del suo genere mai realizzata al mondo. Calcolata interamente a mano, senza l'ausilio del computer.
Non è un caso che il viaggio di questo saggio termini proprio lì: il Vezzola, il Ponte Stucco e la risalita del metaprogetto approdano ai piedi della sua cupola. L'ingegnere che coprì lo spazio dello sport con una vela di laterizio propone oggi alla città un tetto più grande: il Verde e il Blu dei suoi fiumi.
Una biografia dell'autore non è ancora stata scritta. Questo sito vuole essere anche un invito a farla: raccogliere le opere, i calcoli, i disegni e le testimonianze di una vita di ingegneria teramana. Chi conserva documenti, fotografie o ricordi può contribuire a colmare questa pagina.
La riscoperta di Ponte Stucco — un manufatto medioevale sul torrente Vezzola, diruto e abbandonato dopo secoli di problematico utilizzo — ha avviato uno stimolante dibattito sul suo destino: se recuperarlo funzionalmente, se restaurarlo filologicamente, oppure se abbandonarlo al suo destino.
Questo saggio vuole offrire un contributo alla discussione ripercorrendo il rapporto millenario fra Teramo e i suoi fiumi, e spaziando tra molti temi comunque correlati allo sviluppo della città: il futuro del Parco fluviale, la funzione di infrastruttura verde e blu che Tordino e Vezzola potrebbero assumere dopo quelle, molto diverse e a volte sorprendenti, assunte in passato a servizio della città e del Paese.
Analisi e proposte guardano con decisione al futuro dell'Ecocène, era evolutiva incentrata sulla simbiosi tra attività umane ed equilibri biologici.
Le fotografie del saggio sono dell'autore; riprese aeree con drone di Maurizio Anselmi.